Sarà forse solo emulazione, oppure qualche innocuo colpo di coda a scoppio ritardato, sta di fatto che ad oltre 30 anni di distanza l’Italia è l’unico paese europeo - se si eccettua la Spagna che ha però a che fare con una questione di nazionalismo irredentista (la questione basca) - ad avere ancora al suo interno sintomi di terrorismo.
Non sappiamo ancora se i 18 arrestati nell’ultima operazione antiterrorismo siano davvero una cellula attiva di un’idea passata e sbagliata oppure solo una piccola messinscena ad uso e consumo di un’opinione pubblica facile alle paure quando esse evochino l’eversione, la lotta armata e soprattutto il nome del comunismo.
Sappiamo però che sintomi allarmanti di qualcosa che non va negli strati giovanili più estremi della nostra vita politica si fanno ogni giorno più evidenti.
C’è stato in quest’ultimo lasso di tempo, certamente oggetto di un’amplificazione mediatica, un rincorrersi di stelle a cinque punte disegnate e minacce spray sui muri a persone e istituzioni.
Il culmine lo si è avuto il 7 marzo.
Una stella a cinque punte con accanto una falce e martello e la sigla BR viene disegnata, il 7 marzo appunto, a Roma sul muro del palazzo di Via Cavour 266, sede dell'assessorato ai Trasporti della Provincia.
Lo stesso giorno uno striscione firmato con la stella a cinque punte e con lo slogan “Per i rivoluzionari prigionieri libertà” viene affisso a Marghera vicino alla sede veneziana di Fincantieri. Ma la stella non viene disegnata come le Brigate Rosse ci hanno abituato e non è neppure racchiusa dentro un cerchio.
Ancora il 7 marzo una stella a cinque punte, una falce e martello, scritte contro la senatrice Paola Binetti alla quale viene ricordato che “il medioevo è finito” e rimandi ad un “8 marzo di lotta” vengono scoperte su un muro esterno della sede piemontese della Margherita, in via Palazzo di Città, a Torino.
Sempre lo stesso giorno la scritta “Morte ai baroni” con accanto la stella a cinque punte e la “firma” Brigate Rosse viene trovata su una mattonella in un corridoio della clinica di Otorinolaringoiatria dell'ospedale Santa Chiara di Pisa.
Ancora il 7 marzo un ordigno rudimentale viene trovato all’interno del commissariato di polizia in via Primaticcio, a Milano. Una rivendicazione giunge alla redazione milanese di Radio Popolare. “Niente resterà impunito”, così inizia il volantino firmato dal Fronte Rivoluzionario per il Comunismo. “L'attacco sferrato si inserisce nella più generale mobilitazione rivoluzionaria come rappresaglia contro i recenti arresti ai danni di compagni appartenenti al movimento d'avanguardia proletaria. Non s'illudano - si legge nel volantino - mandanti e cani da guardia dell'imperialismo di poter sconfiggere con operazioni squallide e fasulle l'avanzata del fronte rivoluzionario che mai arretrerà dal dovere di combattere per la libertà del capitalismo”.
Come valutare questa simbologia?
A nostro avviso si tratta solo di piccoli segnali, ma comunque inquietanti, di un vistoso scollamento in atto tra politica e settori di movimento forse settari ed infantili, ma certamente da non sottovalutare.
La recente protesta vicentina per il raddoppio della base militare, quanto è accaduto in Parlamento dove la cosiddetta sinistra radicale è stata costretta a ricompattarsi attorno al governo Prodi, la perdita di anima dello stesso esecutivo stanno segnando uno spartiacque con i movimenti.
Accadde più o meno la stessa cosa esattamente 30 anni fa, nel 1977, quando interi settori giovanili vennero abbandonati all’estremiosmo e in parte consegnati al terrorismo.
Ne conseguì una slavina di terrore di cui ancora oggi tutti paghiamo le conseguenze.
L’augurio è che la storia non si abbia a ripetersi.
Le cifre da sole parlano chiaro: c’è la guerra dietro la crescita esponenziale delle coltivazioni dell’oppio in Afghanistan.
Nel 2001, prima dell’aggressione anglo-americana, la coltivazione era scesa a zero. I talebani avevano vietato ogni tipo di coltivazione dell’oppio con un bando imposto nell’estate del 2000, prima della stagione della semina. L’agenzia dell’ONU per il 2001 non previde alcuna esportazione di oppio.
Subito dopo lo scoppio della guerra la produzione riprende e in breve l’Afghanistan riconquista il primato su scala mondiale.
Tra il 2003 e il 2004 la coltura del papavero cresce ancora, fino ad arrivare alla cifra record di un più 64 per cento.
Nel 2006 l’apice: il raccolto di oppio afgano rappresenta il 90 per cento del mercato mondiale. La produzione si estende a tutte le 32 province e viene valutato in 2.3 miliardi di dollari.
L’obiezione che il governo oppone a chi dissente al raddoppio della base americana di Vicenza è questa: non si può dire no ad un Paese alleato, soprattutto su questioni che riguardano la sicurezza.
Ma non è così.
Leggete cosa sarebbe stato possibile fare:
“Per evitare la crisi dei rapporti italo-americani, il governo italiano avrebbe dovuto fare contemporaneamente due cose.
Avrebbe dovuto dire a Washington, anzitutto, che i progetti del Pentagono per il raddoppio della base di Vicenza erano una buona occasione per mettere sul tavolo alcuni problemi da molto tempo trascurati: l’uso strategico della basi, il loro numero, la loro dislocazione, lo statuto civile e penale dei militari americani, la partecipazione delle autorità italiane alle decisioni che possono comportare la responsabilità internazionale dello Stato italiano.
Gli accordi stipulati all’epoca della guerra fredda e la prassi di quegli anni sono certamente superati dalle nuove circostanze internazionali.
Volete raddoppiare Vicenza? Parliamone.
(…)
Avremmo potuto spiegare all’America che no siamo pronti a sottoscrivere tutte le sue iniziative militari, ma che intendiamo partecipare alle operazioni approvate dall’ONU, dal Consiglio Atlantico o dall’Unione europea.
(…)dove sono prtetti dalle loro leggi.
Se avessimo agito e parlato con questo doppio registro gli americani non avrebbero potuto sottrarsi al negoziato senza dare la sensazione di essere pregiudizialmente ostili al governo Prodi”.
E ora indovinate chi ha scritto queste righe?
Un’estremista di sinistra anti-americano o un onesto intellettuale di destra?
La risposta esatta è: Sergio Romano, ex ambasciatore, intellettuale liberal, editorialista del Corriere della Sera. Certamente uomo non di sinistra. Lo ha scritto sul suo giornale il 3 marzo scorso.
C’è un caso Abu Omar anche in Germania.
Il malcapitato di turno si chiama Khaled el Masri, un tedesco di origine libanese catturato da agenti della CIA nel 2003 in Macedonia.
Per questo le autorità tedesche hanno spiccato 13 mandati di cattura contro altrettanti spioni americani accusati di aver rapito el Masri e averlo trasferito in Afghanistan dove per cinque mesi venne torturato prima di essere ricondotto in Germania in quanto estraneo a qualsiasi attività di terrorismo.
Come in Italia, anche in Germania sarà però difficile arrivare ad un verdetto di giustizia, dal momento che tutti i 13 agenti sono ritornati negli Stati Uniti e il governo americano non ha mai risposto alle richieste tedesche.
La richiesta di estradizione della magistratura milanese di oltre venti agenti della CIA, nell’ambito delle indagini sul sequestro di Abu Omar, ha scatenato la stampa d’oltreoceano che è arrivata ad accusare i magistrati italiani di “sentimenti ostili” verso gli USA.
In particolare, in un editoriale di prima pagina del Wall street journal si accusa apertamente il procuratore aggiunto di Milano, Armando Spataro, di fare “atti ostili nei confronti della CIA” e, “facendo i nomi degli agenti, Spataro può averne messo in pericolo le vite e il processo potrebbe causare altri danni, svelando le tecniche della nostra intelligence".
Accuse gravissime che, peraltro, seguono quelle che in Italia, in Parlamento, ha rivolto ai magistrati della procura di Milano il vicepresidente del Consiglio Francesco Rutelli, sostenendo che le intercettazioni nei confronti di 85 agenti dei servizi segreti italiani sono stati una aperta violazione.
La corte marziale di Fort Campbell ha condannato a 100 anni di reclusione il sergente dell’esercito americano Paul Cortez, reo di aver stuprato, assieme a quattro suoi commilitoni, una ragazza irachena di 14 anni e averla poi uccisa con tutta la sua famiglia.
Il fatto orrendo risale al marzo del 2006 quando in un villaggio sunnita a una decina di chilometri a sud di Baghdad, cinque soldati della 101/ma divisione aerotrasportata dell’esercito americano, dopo aver adocchiato la piccola Abeer Qassm al Janabi, entrano in casa sua decisi a violentarla.
Lo stesso Cortez ha ammesso di non aver agito in preda ad un raptus, ma che la violenza era stata preparata da giorni. Pieni di alcool, i cinque militari a stelle e strisce, per prima cosa, con la scusa di una perquisizione alla ricerca di armi, massacrano la madre, il padre e la sorellina di sei anni di Abeer, poi a turno violentano ripetutamente la giovane donna, quindi la uccidono con una raffica di mitra e cercano di incendiare la casa con il cherosene.
Per giorni la più assoluta omertà copre l’atroce gesto dei quattro soldati che imputano la strage alla guerriglia irachena. Poi la verità ed il processo, per ora, al solo Cortez che ha evitato l’ergastolo decidendo di patteggiare la pena e collaborando con i magistrati militari nell’accusare gi altri quattro.
Grazie alla condanna a 100 anni tra una decina di anni Cortez potrà essere scarcerato per buona condotta.
I crimini commessi dai soldati americani in Iraq sono in ascesa esponenziale.
Appartengono alla 101/ma brigata aviotrasportata altri tre militari accusati di aver passato per le armi, con l’accusa di essere terroristi, tre giovani iracheni poi risultati completamente estranei.
Di recente un soldato americano è stato espulso dall’esercito per aver tentato di violentare una soldatessa.
Il governo iracheno, filo-americano, ha annunciato la fine, dopo 34 anni, della nazionalizzazione del petrolio che si trova nel sottosuolo del Paese il quale, dopo l’Arabia saudita, possiede le maggiori riserve di greggio del mondo.
In base a questa legge ora le società petrolifere di qualsiasi Paese straniero potranno sfruttare tali riserve con il risultato che le entrate per l’erario iracheno saranno dimezzate rispetto a prima della guerra. Raddoppieranno, invece, i profitti per le società straniere che verranno ammesse all’estrazione.
Reclutava ed addestrava giovani brasiliani con l’obiettivo di mandarli in Iraq a combattere. L’arruolamento avveniva con l’incoraggiamento delle autorità diplomatiche degli Stati Uniti in Brasile.
E’ una vicenda che assomiglia molto a quella che interessò l’Italia nel 2004, dopo il sequestro in Iraq dei quattro bodyguard e l’assassinio di Fabrizio Quattrocchi. Anche perché il reclutatore è lo stesso: è Giampiero Spinelli, 32 anni, pugliese, che da due anni vive in Brasile.
La rivelazione è del settimanale di San Paolo Carta Capital, diretto dal giornalista italo-brasiliano Mino Carta. Con il titolo Mercenari made in Brazil il settimanale racconta l’intera vicenda che comincia nel febbraio dello scorso anno quando, nel corso di una perquisizione in un ufficio di Rio, viene scoperta una società, la First Line, della quale è titolare Spinelli e per la quale lavorano altri due italiani, Cristiano Meli e Salvatore Meli.
Secondo l’inchiesta di Carta Capital, i tre hanno cercato di replicare in Brasile quanto fatto in Italia con la Presidium per la quale Spinelli è tuttora indagato dalla procura di Bari per il reato di “arruolamenti ed armamenti non autorizzati al servizio di uno Stato estero”.
La Presidum, infatti, venne ritenuta responsabile della partenza per l’Iraq di almeno due dei quattro ostaggi sequestrati nel 2004.
Il decreto di rifinanziamento della missione militare in Afghanistan prevede lo stanziamento di tre milioni e 498 mila euro per (testuale) “stipulare un contratto con una società di sicurezza che già sia operante in Iraq con personale locale. Ciò al fine di garantire l’incolumità de civili presenti a Nassirya e di consentire loro di uscire dal perimetro della base internazionale per monitorare i progetti ed incontrare personalità locali in un contesto di massima sicurezza”.
Senza commento.
A due anni dall’assassinio del funzionario del SISMI Nicola Calipari spunta l’ombra del segreto di Stato sull’intera vicenda del sequestro di Giuliana Sgrena, la giornalista del Manifesto rapita a Baghdad il 4 febbraio 2005. E ad invocare il segreto sono stati, manco a dirlo, proprio i colleghi di Calipari.
Per i due magistrati della procura di Roma che indagano sul sequestro Sgrena e la morte di Calipari è stata una sorpresa. Non si aspettavano che a domande apparentemente tecniche sugli spostamenti del funzionario del SISMI, ucciso ad un posto di blocco americano, sia l’ex funzionario Pio Pompa, stretto collaboratore dell’ex direttore Niccolò Pollari (entrambi rinviati a giudizio per la vicenda del sequestro di Abu Omar), sia l’ex capo di Gabinetto dello stesso servizio opponessero il segreto di Stato, segreto che - hanno detto i due interessati - sarebbe stato confermato sia dal precedente governo che dall’attuale.
Qualche avvisaglia di trovarsi su un terreno minato i sostituti Ionta e Amelio l’avevano avuta interrogando l’ex capo centro del SISMI a Baghdad.. Anche a lui domande semplici: come e chi aveva ricevuto il primo video della Sgrena girato dai suoi carcerieri? Risposta: segreto di Stato.
Alle insistenze dei due magistrati, l’ex capo centro del servizio segreto militare aveva fatto una leggera marcia indietro, fornendo una storia palesemente inverosimile: il dvd con le immagini della Sgrena gli erano state consegnate ad una fermata di un autobus da uno sconosciuto. E l’orologio della Sgrena e una sua lettera come erano arrivati?: sapeva tutto Calipari (che non più raccontare nulla) la risposta dell’uomo dei servizi.
Insomma Ionta e Amelio hanno capito: il SISMI vuole nascondere tutto perché teme che venga svelato il vero retroscena della liberazione della Sgrena, ossia il monumentale riscatto pagato ai sequestratori.
Ora i magistrati romani chiederanno lumi al presidente del consiglio in carica. E già hanno un asso nella manica.
La legge che ha istituito il SISMI esclude, infatti, che possano essere oggetto del segreto di Stato “fatti eversivi dell’ordine costituzionale” ed il reato per il quale procedono potrebbe cadere proprio in quell’area: “sequestro di persona a scopo di terrorismo ed eversione”.
Per il governo italiano sarà una gara contro il tempo oppure non sarà più TAV.
Bruxelles ha stabilito che entro il mese di giugno l’Italia dovrà presentare i propri “impegni vincolanti” per la costruzione dell’alta velocità ferroviaria (ora si chiama alta capacità) Torino - Lione. Pena la decadenza dei contributi europei e lo spostamento in Svizzera del famigerato, quanto fantomatico, Corridoio 5.
Per “impegni vincolanti” si intende il piano completo dell’opera.
Potremmo sbagliarci, ma la sensazione concreta è che la TAV non si farà o si farà, ma senza il tunnel di Venaus.
Sono state revocate le concessioni dell’Alta velocità della Liguria per quei tratti dell’opera dove non sono stati ancora aperti i cantieri. E questo avviene dopo 15 anni dall’approvazione del progetto definitivo.
Esce quindi di scena il consorzio COCIV, controllato da Banca Intesa, Condotte e Impregilo, lo stesso consorzio implicato nell’inchiesta sullo smaltimento dei rifiuti solidi urbani in Campania, e che ha cantieri aperti TAV anche sulla tratta Bologna-Firenze, per la variante di Mestre (altro progetto eterno) ed in Svizzera per la galleria di base del San Gottardo.
Ora l’opera, del tutto inutile, dovrà essere messa di nuovo a gara.
Minacce sono giunte alla moglie di Mario Placanica, l’ex carabiniere prosciolto per legittima difesa per l’assassinio di Carlo Giuliani durante le giornate del G8 del luglio 2001 a Genova. Di conseguenza Placanica, che a più riprese aveva sostenuto di non avere colpito Giuliani, lasciando intendere che dietro l’omicidio dello stesso esistano ancora molti lati oscuri, ha annunciato che non intende più testimoniare.
Un vecchio contadino di Corleone che abitava in una baracca, uno all’antica che mangiava pane e cicoria, puzzava di pecorino, un mezzo analfabeta che scribacchiava su pezzettini di carta (i famosi “pizzini”) ordini ai suoi accoliti.
Questa, almeno fino ad oggi, l’immagine del boss mafioso Bernardo Provenzano, così come ci era stata presentata dagli inquirenti di Palermo che pure dovevano essersi accorti che tutto questo non corrispondeva con una piovra ultra miliardaria, con tentacoli in tutti gli affari della Sicilia e non solo. E allora che fare? Come riaggiustare una figura non corrispondente con la vera dimensione di Cosa nostra? Ed ecco la soluzione.
Dalla cancelleria del tribunale di Palermo è spuntato in questi giorni un documento che ha lo scopo di definire meglio una figura di boss mafioso che aveva lasciato perplessi molti osservatori e studiosi.
In 50 pagine vengono inventariate le cose trovate in un’altra casa di Provenzano, a Corleone, in contrada Montagna dei cavalli. Ed ecco allora che veniamo a sapere che il superboss possedeva ben (si fa per dire) sei maglioni di cachemire, quattro beauty case, un porta cipria con piumino (?), una giacca di seta, qualche camicia firmata. Ma anche ben 26 rotoli di carta igenica marca Tenderly, un flacone da bagno Felce Azzurra, una confezione di Leocrema, una Olivetti lettera 35, un piccolo televisore Geloso e poi ancora le cuffie dello stereo (sic!), un dopobarba Armani, in cucina prodotti alimentari del Mulino Bianco e sul comodino della camera da letto il libro La salute in Tavola.
Quindi Provenzano non era affatto quello che voleva sembrare.
La sua latitanza - ha titolato un importante quotidiano - era dorata.
Qualcuno ha deciso che siamo cretini?
E’ passato un anno dall’assurdo assassinio del piccolo Tommaso Onofri, 17 mesi, malato di epilessia, sequestrato a Casalbaroncolo, dieci minuti da Parma, da due balordi che prima ancora di chiedere il riscatto, misteriosamente, lo assassinarono a sangue freddo.
Questa almeno la versione ufficiale degli organi inquirenti che hanno chiesto il rinvio a giudizio di tre persone: Mario Alessi, ritenuto l’assassino del piccolo Tommaso, Antonella Conserva, sua moglie, Salvatore Raimondi, l’altro complice che ha “collaborato” con i magistrati, e Pasquale Barbera, il basista del misfatto.
Una versione ufficiale che però ancora non convince e non convince soprattutto la madre di Tommy, Paola Onofri, secondo la quale all’origine della terribile morte di suo figlio non ci sarebbe un rapimento a scopo estorsivo, ma invece la determinazione di ucciderlo per una vendetta covata a lungo nei confronti di Paolo Onofri, il padre della piccola vittima.
Ma vendetta e odio per che cosa?
Alla vigilia dell’udienza preliminare, il 6 marzo scorso, il padre di Salvatore Raimondi ha fatto rivelazioni inquietanti: Alessi avrebbe detto a suo figlio che dal sequestro del piccolo Tommaso si potevano ottenere molti soldi e che Paolo Onofri, il padre del bambino, era implicato nel sequestro.
Forse il processo potrà dire qualcosa di più su un delitto che resta ancora senza perché.
Un filo sottile sembrerebbe legare (il condizionale è sempre d’obbligo) l’immobiliarista Danilo Coppola, arrestato il 1° marzo scorso con accuse che vanno dal riciclaggio alla bancarotta fraudolenta, a quello che resta della famigerata banda della Magliana.
Secondo il Nucleo speciale di polizia valutaria della Guardia di Finanza, alcune società facenti capo al gruppo di Coppola - uno dei pochi “furbetti del quartierino” che era riuscito a scampare alle maglie della giustizia - avrebbero fatto affari con Umberto Morzilli, arrestato l’11 maggio 2003 assieme a Tony e Massimo Nicoletti, figli del boss della banda della Magliana. L’accusa per Morzilli era pesante: aver fatto esplodere un ordigno all’interno di un negozio di Roma (racket) ed aver assoldato un killer per minacciare un commercialista romano e costringerlo a pagare 100 mila euro.
Come rivela il Corriere della Sera, Morzilli il 12 dicembre 2002 era stato nominato liquidatore della Toro 91 che due settimane dopo cede alla SPI.CA un terreno situato a Rocca di Papa al prezzo di 350 mila euro più Iva. La SPI.CA sarebbe una società di Coppola che su quel terreno costruisce un’immobile che il 27 novembre 2003 viene venduto per cinque milioni e mezzo di euro alla Cantieri sud. Anche questa società apparterrebbe al gruppo di Coppola.
Insomma un giro di denaro capace di moltiplicarsi rapidamente alla cui origine ci sarebbero gli affari sporchi degli ultimi epigoni di quella banda criminale che negli Settanta insanguinò Roma.
38 anni, madre di due figli, una carriera iniziata 11 anni fa e in cui ci sono, fra l'altro, due importanti processi per omicidio - fra cui quello del serial killer Maurizio Minghella - in cui sosteneva la parte civile.
Questo il breve profilo di Paola Savio, l'avvocato torinese che è il nuovo avvocato di fiducia di Anna Maria Franzoni che, per la prima volta in questa lunga vicenda processuale, sarà difesa da una donna sia nell'aula del tribunale di Torino, dove è in corso il processo d’Appello per l’omicidio di Samuele, sia negli altri procedimenti che la riguardano.
L'avvocato Savio aveva fatto il suo ingresso nel caso il 20 novembre scorso, quando, trovandosi di turno per la difesa d'ufficio, aveva ricevuto la telefonata che la chiamava in aula come nuovo legale della Franzoni. Quel mattino, infatti, dopo un anno e 4 giorni di battibecchi, accuse, esami, perizie, indiscrezioni, polemiche, annunci e decine di ore passate in aula, il processo d'Appello per il caso Cogne aveva avuto un ennesimo scossone, proprio a pochi giorni dalla sentenza, prevista per il 18 dicembre.
Il nuovo colpo di scena era stato quello dell'uscita dall'aula della Franzoni, che aveva letto una dichiarazione di quattro pagine per dire che per lei il processo finiva in quel momento, e di quello che fino a pochi giorni fa era il suo difensore storico, l'avvocato Carlo Taormina che aveva annunciato la sua intenzione di rimettere il mandato difensivo.
Una decisione che era poi rientrata qualche tempo dopo, quando Taormina aveva depositato in cancelleria una nuova nomina di fiducia, rimessa, questa volta definitivamente, con l'entrata in scena della sua collega torinese come secondo legale d'ufficio.
Si riapre l’inchiesta sull’assassinio della contessa Alberica Filo della Torre (il delitto dell’Olgiata), uccisa a colpi di zoccolo e strangolata il 10 luglio 1991.
I progressi della scienza nel settore delle indagini scientifiche sembrerebbero permettere oggi perizie impensabili appena dieci anni fa. E così gli uomini del RIS potranno ora analizzare alcuni reperti da 16 anni custoditi negli archivi del tribunale di Roma per essere sottoposti ad accertamenti ematici, chimici e genetici.
In particolare verranno esaminati lo zoccolo con cui la contessa venne colpita alla testa, un lenzuolo, una canottiera e gli indumenti intimi indossati dalla vittima, nonché il rolex che la donna aveva al polso al momento dell’aggressione e i jeans sequestrati a Roberto Jacono, il figlio dell’insegnante di inglese dei bambini della Filo della Torre, e di Manuel Winston, il domestico filippino, entrambi già indagati e scagionati nei giorni successivi al delitto dall’esame del Dna.
Una domanda facile facile che vogliamo porre ai magistrati della procura di Bologna: dal momento che l’ex terrorista Thomas Kram si è consegnato alla fine dello scorso anno alle autorità tedesche ed è ora agli arresti domiciliari, i magistrati della procura di Bologna lo hanno interrogato? O almeno una rogatoria è stata inviata, tramite il ministero della Giustizia, alle autorità tedesche?
La nostra sensazione è che, ancora una volta, nulla sia stato fatto per cercare di approfondire la verità sulla strage alla stazione di Bologna del 2 agosto 1980. Una verià ancora troppo oscura, anche se basta ad alcuni, tra cui - ci spiace dirlo – l’Associazione dei familiari delle vittime.
Ma qualcuno potrebbe anche chiedersi: chi è Kram?.
Semplice: il 2 agosto del 1980, giorno della strage, a Bologna era presente un terrorista di nome Thomas Kram. Un esperto in falsificazione di documenti, militante delle Cellule rivoluzionarie (Rz), un gruppo che rivendicò 180 azioni terroristiche nella Repubblica federale tedesca dal 1973 al 1995, legato al gruppo del superterrorista Carlos.
Kram giunse a Bologna il primo agosto 1980. Al valico di frontiera era stato fermato e identificato da agenti di polizia ai quali mostrò un documento di identità valido a suo nome per il semplice fatto che all’epoca Kram non era ancora ricercato.
Kram pernottò, guarda caso, nella notte tra l’1 ed il 2 agosto, nella stanza 21 dell’albergo Centrale in Via della Zecca, presentando la sua patente di guida, anch’essa non contraffatta e con i suoi estremi. Anche in questo caso perché non era ricercato.
Perché non rivolgere a Kram una domandina facile, facile? Che ci faceva a Bologna nel giorno della strage?
Ma forse la vera domanda è un’altra: chi ha paura di ascoltare Kram?
Sarebbero da attribuire al movimento eversivo neofascista Ordine Nero gli attentati dinamitardi compiuti a Savona dall’aprile 1974 al maggio 1975 che provocarono un morto e 18 feriti.
A rivelarlo sarebbero stati alcuni dei 25 ex aderenti o simpatizzanti del movimento stesso, interrogati come testimoni dal pm della città ligure, Vincenzo Scolastico, che ha riaperto le indagini su quei fatti.
Si è conclusa con la prescrizione l'ultima pagina della vicenda giudiziaria della Uno bianca, la banda capeggiata dai fratelli Savi che dal 1987 al 1994 ha seminato terrore e morti tra la Romagna, Bologna e le Marche.
La prescrizione è intervenuta a favore di due “testimoni” che accusarono altre persone di due crimini che poi le indagini e i processi hanno dimostrato essere stati commessi dai banditi della Uno bianca.
Si tratta della sanguinosa rapina ai danni del supermercato Coop di via Gorki, alla periferia di Bologna, che il 26 giugno 1989 costò la vita al pensionato di 53 anni Adolfino Alessandri. L'uomo fu ucciso con un colpo a bruciapelo solo per aver gridato all'indirizzo dei rapinatori che dopo il colpo stavano scappando con un bottino di circa 30 milioni di lire. Per quella vicenda si presentò ai magistrati – e fu trattata come fosse un oracolo - Anna Maria Fontana che si autoaccusò di aver dato un contributo logistico a una banda di catanesi che dalla Sicilia, a suo dire, si recavano a Bologna per rapinare i supermercati Coop.
I processi hanno poi dimostrato, ma senza spiegare il perché, che la donna, ciecamente creduta da poliziotti e magistrati, aveva mentito e così, nel 2002, il magistrato della procura bolognese Valter Giovannini ha chiesto per lei il rinvio a giudizio per calunnia.
L'altro grave episodio è quello della strage del Pilastro. La sera del 4 gennaio '91 vennero trucidati, nel quartiere situato alla periferia di Bologna, i tre giovani carabinieri Mauro Mitilini, Andrea Moneta e Otello Stefanini.
Dopo lunghi interrogatori, una ragazza che allora era minorenne, Simonetta Bersani, “confessò” ai magistrati che indagavano su quel grave delitto che quella sera si trovava lì e di aver visto partire un bagliore, forse causato da armi da fuoco, dall'auto su cui viaggiavano i fratelli Peter e William Santagata, che poi finirono a processo per quell'omicidio e che sarebbero andati dritti all’ergastolo se non fossero stati catturati i banditi della Uno bianca.
Anche in questo caso le indagini hanno stabilito che i due, noti alle forze dell'ordine, non si macchiarono di quel delitto commesso invece dai Savi e il pm Giovannini, sempre nel 2002, ha chiesto il rinvio a giudizio per calunnia anche per la ragazza.
Nei giorni scorsi però la richiesta del magistrato non e' stata accolta dal Gip per intervenuta prescrizione.
Due prescrizioni davvero salvifiche per la polizia giudiziaria e la magistratura bolognese che hanno così evitato di dover spiegare le modalità di gestione delle due “testimoni” e soprattutto perché sia la Fontana che la Bersani erano state ritenute credibili.
Quattro ergastoli e un'assoluzione: sono queste le richieste preannunciate dal pm di Roma Luca Tescaroli, pubblico ministero nel processo per la morte del banchiere Roberto Calvi, in corso da quasi due anni nell’aula bunker del carcere di Rebibbia.
Il rappresentante della pubblica accusa ha chiesto la condanna a vita per Giuseppe (Pippo) Calò, già considerato il “cassiere” della mafia, per Flavio Carboni, Ernesto Diotallevi e Silvano Vittor. L'assoluzione, invece, anche se con la formula che corrisponde alla vecchia insufficienza di prove, è stata chiesta per Manuela Kleinszig.
Bollato per anni come un caso di suicidio, il caso Calvi tornò d'attualità quando alcune perizie parlarono apertamente di omicidio.
Secondo il pm Tescaroli, dietro la morte di Calvi ci sarebbe una serie di intrecci torbidi: la cattiva amministrazione del denaro di Cosa Nostra affidato al banchiere milanese, il pericolo di rivelazione dei segreti del riciclaggio attraverso il Banco Ambrosiano e la volontà, dei mandanti, di acquisire maggiore peso negoziale nei confronti di coloro che erano in rapporti con Calvi; massoneria, P2, IOR (ossia la banca del Papa), referenti politici e istituzionali, enti pubblici nazionali.
Una ricostruzione che i difensori degli imputati, da sempre convinti, sulla base di altre consulenze, che l'ex presidente del Banco Ambrosiano si sia suicidato, definiscono “fantasiosa”.
Sulla morte di Calvi, alla procura di Roma, c’è un secondo fascicolo aperto. Un'indagine stralcio sui mandanti dell'omicidio che vede indagate una decina di persone tra le quali Licio Gelli.
Più di mezzo secolo non basta. La strage di Portella della Ginestra e il fenomeno del banditismo in Sicilia fanno ancora paura. Ed è per questo che Giuseppe Casarrubea, il più importante storico di quegli avvenimenti, è stato pesantemente minacciato in perfetto stile mafioso.
A Partinico, infatti, da qualche giorno qualcuno ha messo in giro la voce che Casarrubea - che è anche un collaboratore e un amico di Misteri d’Italia - si era ucciso, impiccandosi. Una minaccia neppure tanto velata che coincide con la consulenza fornita dallo storico alla trasmissione di Rai3 Chi l’ha visto?, impegnata a girare immagini sui luoghi della strage di Portella e con l’uscita di un altro libro dello stesso Casarrubea, scritto assieme al ricercatore Mario Josè Cereghino.
Il libro, in uscita da Bompiani, con il titolo L’oro nazifascista, l’America latina e la guerra al comunismo in Italia 1943-1947, affronta il tema della cosiddetta Gladio nera che, con l’aiuto dei servizi segreti inglesi, era stata costituita in funzione anti-PCI da uomini appartenenti al vecchio Movimento sociale. Una struttura che sarebbe implicata in molti affari sporchi della storia italiana, a partire proprio dalla prima strage di stato, quella, appunto, di Portella.
“Gaetano Badalamenti alla fine degli anni Sessanta ordinò attentati e omicidi in modo da far rumore e far notare a tutti, ma anche allo Stato, che erano tornati, e il sequestro del giornalista Mauro De Mauro rientrerebbe in questa strategia”.
Ad affermarlo è stato il “collaboratore di giustizia” Antonino Calderone, 71 anni, sentito come testimone in videoconferenza dai giudici della corte d'assise di Palermo che stanno processando Totò Riina per l’omicidio del cronista del giornale L'Ora, scomparso il 16 settembre 1970.
L'ex mafioso catanese è stato fatto rientrare dal Canada, dove vive da più di un decennio, e ha risposto alle domande del pm Antonio Ingoia da una località segreta.
In realtà il collaboratore ha sostenuto di non sapere nulla del sequestro del giornalista, tranne il fatto che questo omicidio poteva rientrare fra i delitti che i capimafia avevano progettato per “fare rumore”.
Calderone ha ricordato che i boss avevano dato il proprio appoggio al principe nero Julio Borghese per il tentativo di golpe, “ma si trattava - ha detto il pentito - di un modo per tenersi buono Borghese, che tutti prendevano in giro”.
Il tribunale di Stoccarda il prossimo 27 marzo rimetterà in libertà, dopo 24 anni di detenzione, l’ex terrorista della RAF Brigitte Mohnhaupt, condannata per nove omicidi e diversi sequestri di persona rivendicati negli anni Settanta dall’organizzazione armata tedesca.
La donna, 57 anni, ritenuta il “braccio destro” di Andreas Baader, otterrà la scarcerazione con questa motivazione: “non esistono più i motivi che lascino supporre una durevole pericolosità della detenuta”.
Resterà invece in carcere Christian Klar, 54 anni, anche lui ex militante della RAF che sta scontando la condanna all'ergastolo. Secondo il ministro della giustizia del Baden-Wuerttemberg (sudovest della Germania) Ulrich Goll, a cui Klar si era rivolto, chiedendo la grazia, alla base di tale decisione vi sono le affermazioni fatte da Klar il quale in un messaggio di saluto alla Conferenza su Rosa Luxemburg, il 13 gennaio scorso, aveva detto di sperare che sia finalmente giunto il momento di “portare a compimento la sconfitta dei piani del capitale e di aprire così la porta a un futuro diverso”.
Dopo 114 giorni di sciopero della fame, il terrorista basco dell’ETA Inaki de Juana Chaos ha ottenuto gli arresti domiciliari sulla base di una decisione politica presa dal governo spagnolo.
De Juana, condannato nel 1987 a 3.000 anni di carcere per 25 omicidi commessi negli anni Ottanta, avrebbe dovuto lasciare il carcere nel 2005 sulla base della legge spagnola che non ammette il carcere a vita ed equipara l’ergastolo a 18 anni di reclusione, presumendo che tale tempo consenta il pieno ravvedimento del condannato. Ma il militante dell’ETA non ha mai mostrato alcun pentimento e così la giustizia spagnola aveva ideato un’ escamotage per tenerlo in galera: lo aveva condannato a 12 anni, pena poi ridotta a tre, per reati di opinione. Da qui la decisione di De Juana di cominciare lo sciopero della fame e la conseguente decisione delle autorità spagnole di sottoporlo ad alimentazione forzata, legandolo ad un letto.
Il timore del governo spagnolo era che, nonostante l’alimentazione forzata, il nazionalista sarebbe ugualmente morto, diventando un martire della causa basca.
“La domanda cruciale è questa: Aleksandr Litvinenko è stato ucciso a causa di questo libro?” si e' chiesto il britannico The Independent, presentando ai suoi lettori Il complotto del Kgb, il libro scritto, insieme allo storico Jurij Felshtinskij, dall'ex spia avvelenata con il polonio, e che Bompiani pubblicherà in Italia il prossimo 21 marzo.
Il memoriale, bandito in Russia, rivela i sinistri retroscena delle decennali vicende del KGB e affronta il periodo dopo il crollo del comunismo, scrivendo una storia diversa da quella ufficiale: dal colpo di stato contro le riforme liberali di Yeltsin al potere occulto dei servizi segreti pilotati da Putin, fino alla strategia della tensione e al terrorismo ceceno.
Al centro del saggio, una storia inquietante, costruita pezzo su pezzo dalla volontà di potenza dei servizi segreti russi che si è esplicata, all'inizio degli anni '90, con la creazione di società legate al commercio del petrolio e alla criminalità organizzata, con lo scopo di sabotare le riforme liberali di Yeltsin; con il conflitto ceceno, pilotato grazie ad attentati terroristici messi in atto dai servizi segreti russi, miranti a far accettare all'opinione pubblica l’inevitabilità della guerra; con l'ascesa inarrestabile di Putin, il nuovo zar del Cremlino, e infine con la strategia della tensione messa in atto per creare una forza politica indipendente, sottratta a ogni controllo del partito e della collettività.
Fonte: ANSA
Quattro ergastoli ed una assoluzione sono stati chiesti a Roma dal pm Francesco Caporale al processo contro cinque ex ufficiali della Marina argentina accusati di omicidio volontario plurimo premeditato in relazione alla scomparsa di tre cittadini argentini di origine italiana, avvenuta nel periodo della dittatura militare nel Paese sudamericano (1976-1983).
Il carcere a vita è stato chiesto per Jorge Eduardo Acosta, Alfredo Ignacio Astiz, Jorge Raul Vildoza ed Hector Antonio Febres, tutti ex appartenenti al Grupo de Tarea, istituito presso la Escuela Superior de Mecanica de la Armada (ESMA).
Il pm Caporale ha sollecitato l'assoluzione per Antonio Vanek.
Nessuno degli imputati era presente davanti alla seconda corte di Assise, presieduta da Mario D'Andria.
L'accusa fa riferimento al sequestro e all'omicidio di Angela Maria Aieta, Giovanni Pegoraro e la figlia Susanna.
Nella vicenda e' coinvolto anche l' ex ammiraglio Emilio Eduardo Massera, la cui posizione è stata stralciata in sede di esame della richiesta di rinvio a giudizio degli imputati, affinché possano essere verificate se le sue attuali condizioni di salute possano consentirgli di essere presente nel giudizio.
La sentenza sarà probabilmente emessa il 14 marzo prossimo.