Sabato 11 aprile 1953, vigilia di Pasqua. Il cadavere di Wilma Montesi, una bella ragazza romana, viene trovato
sulla spiaggia di Torvajanica, una località balneare non distante da Roma. Il corpo non
presenta segni di violenza ed è completamente vestito (se non fosse per la mancanza di un
reggicalze, delle calze e delle scarpe). Le cause della morte non sono chiare:
lautopsia parla, genericamente e quindi sollevando mille sospetti - di una
sincope dovuta ad un pediluvio.
Il ritrovamento - anche se diversi interrogativi restano senza risposta - sembra essere
destinato ad una rapida archiviazione: un semplice malore, un incidente, forse un
suicidio.
Ma se lincidente sembra poco credibile, per il suicidio cè da tener conto che
la ragazza non aveva motivi apparenti per desiderare la morte.
Di famiglia modesta, ma tranquilla, Wilma Montesi era fidanzata e stava preparandosi al matrimonio. Testimoni raccontano di
aver visto la ragazza sul trenino che collega Roma ad Ostia, unaltra località
balneare, ma distante alcuni chilometri da Torvajanica. Difficile spiegare come il
cadavere della ragazza abbia percorso quella distanza. La spiegazione che tentano gli
investigatori - anche questa piuttosto alambiccata parla di un gioco di correnti
marine. E non fa altro che alimentare altri sospetti.
Trascorrono alcuni mesi, la vicenda è quasi dimenticata quando un piccolo settimanale
scandalistico, Attualità, diretto da un oscuro giornalista, Silvano Muto, il 6 ottobre 1953 riporta a
galla, in forma generica, un intrico di sospetti e di accuse che in primavera, attorno al mistero di Torvajanica, aveva attraversato le redazioni di
diversi quotidiani, senza mai trovare lo sbocco della pubblicazione. Si trattava, infatti,
solo di voci create ad arte: Wilma
Montesi sarebbe morta,
forse per overdose di droga, forse per un semplice malore, durante unorgia, in una
villa del marchese Ugo
Montagna, alla quale
avrebbe preso parte il musicista Piero Piccioni, figlio di un importante notabile democristiano, il già ministro degli
Esteri Attilio Piccioni, destinato ad ereditare da Alcide De Gasperi la leadership della Democrazia Cristiana, il più importante partito di governo.
Da questo momento il caso
Montesi non è più un
caso giudiziario, ma diventa un affare politico: dietro la morte della ragazza si scatena
la più grande faida mediatico-politica per la conquista del potere interno alla DC.
Gli sviluppi della vicenda sono quanto mai intricati, anche perché sulla scena, a
sostegno delle tesi accusatorie di Muto,
spunta una donna: è Anna
Maria Moneta Caglio,
detta (per il suo lungo collo) Il Cigno Nero, ex amante, delusa, del marchese Montagna. La donna conferma: nella villa di Capocotta che è vicina a luogo
dove il corpo della Montesi è stato ritrovato si svolgevano
festini. Montagna e Piccioni spaventati dal malore della giovane donna - si sono disfatti del
corpo di Wilma, abbandonandolo forse ancora vivo
sulla spiaggia di Torvajanica.
Lo scandalo assume dimensioni gigantesche e anche il questore di Roma, Saverio Polito, viene accusato di aver cercato di
insabbiare tutto, per questioni, ovviamente, politiche.
Il caso Montesi sul quale la stampa italiana,
divisa per appartenenza politica, seppe dare il peggio di sé - si trascinerà per oltre
quattro anni. Fino al 27 maggio 1957, quando il Tribunale di Venezia
manderà assolti con formula piena Piccioni, Montagna, Polito e altri nove imputati minori, rinviati a giudizio nel giugno 1955.
Ancora oggi la morte di
Wilma Montesi resta un
mistero. |