

Fino
allinizio degli anni Settanta l'annosa questione della tutela della comunità di
lingua tedesca in Alto Adige ha rappre- sentato per lItalia un problema etnico di
non poco conto. Un problema che alla fine è stato risolto per via politica, ma sul quale
i servizi segreti italiani misero in atto i loro soliti giochi sporchi, rischiando così
di creare nel nord del Paese una sacca di ribellione dagli sbocchi quanto mai incerti.
Passato all'Italia al termine della prima guerra mondiale (trattato di Saint Germain,
1919) insieme al Trentino, il territorio dell'Alto Adige costituì dal 1926 la provincia
di Bolzano. Il governo fascista vi adottò, almeno in un primo tempo, una politica di
compressione culturale dell'elemento di lingua tedesca che costituiva la maggioranza,
cercando anche di ribaltare i rapporti etnico-numerici con l'immigrazione nella provincia
di nuclei familiari provenienti da altre province dell'Italia settentrionale. Dopo
l'annessione dell'Austria alla Germania (1938) crebbero e si manifestarono nella provincia
i sentimenti pangermanisti e filo-nazisti già latenti. La questione sembrò risolta
dall'accordo fra i governi italiano e tedesco del giugno 1939 che prevedeva un plebiscito
tra gli abitanti di lingua tedesca perché scegliessero "definitivamente" fra il
trasferimento nei territori del Reich o la permanenza in Italia. L'esito del plebiscito
dette i seguenti risultati: su 266.985 votanti, 185.085 optarono per la Germania (circa il
70 per cento). Il trasferimento fu ostacolato dalla guerra, cosicché nel settembre '43
soltanto 70 mila sudtirolesi l'avevano effettuato. Dopo l'8 settembre 1943, allorché
l'Alto Adige fu incorporato di fatto nel Terzo Reich, molti vi rinunciarono
definitivamente, mentre non pochi ritornarono nei luoghi dai quali erano emigrati. La
comunità tedesca si ricostituì quasi per intero dopo il 1948 quando molti di coloro che
avevano optato per la Germania optarono nuovamente per l'Italia, cosicché nel 1961 su
circa 373 mila abitanti altoatesini, 232.717 erano di lingua tedesca, 128.271 di lingua
italiana e 12.394 di lingua ladina. L'Austria intanto aveva avanzato la richiesta che
l'Alto Adige le fosse restituito (novembre 1945), poggiando le sue argomentazioni
soprattutto sul fattore etnico. L'Italia invece, pose l'accento su motivi
strategico-geografici (il confine naturale del Brennero) ed economici (soprattutto
limpulso dato all'industria locale). I Ministri degli Esteri dei Quattro grandi
dettero ragione all'Italia (maggio- giugno 46) assegnandole l'Alto-Adige: una decisione
che voleva contribuire in una certa misura a equilibrare le perdite subite in altri
settori (Trieste, le colonie Briga e Tenda). L'accordo De Gasperi-Gruber sanciva, qualche
mese dopo, questa situazione: esso si impegnava ad assicurare una completa autonomia
amministrativa culturale ed economica all'Alto Adige. Tra l'altro era previsto il
riconoscimento del pieno diritto dei cittadini di lingua tedesca all' accesso alla
pubblica amministrazione, dove veniva introdotto ufficialmente il bilinguismo. L'Assemblea
costituente accolse nello spirito e nella sostanza il trattato, concedendo uno statuto
speciale alla Regione Alto-Adige (31 gennaio '48) all'interno della quale la provincia di
Bolzano otteneva una larga autonoma legislativa e amministrativa che ne faceva,
praticamente, una "regione minore". Ciò nonostante molti furono gli scontenti,
soprattutto tra gli abitanti di lingua tedesca. Del loro stato
d'animo si fece |
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interprete
sin dall'inizio il Sudtiroler Volkspartei (Partito popolare del Sud- Tirolo), fondato nel
1946 a Bolzano con l'obiettivo di ottenere l'istituzione di una regione autonoma per la
provincia di Bolzano, ma in realtà mirante, almeno in molti suoi esponenti,
all'autodecisione e all'annessione all'Austria. A dar vigore a queste correnti
revisioniste intervenne nel 1956 lo stesso governo austriaco con la presentazione di un
memorandum all'Italia contenente lamentele circa i modi di applicazione dell'accordo De
Gasperi- Gruber (mancata realizzazione dell'auto- nomia, della parificazione dei diritti
dei cittadini, delle lingue ecc.). Da questo momento la "nuova questione dell'Alto
Adige" andrà avanti a colpi di memoran- dum e ricorsi all'Onu. Mentre però la
battaglia diplomatica si sviluppa, quella ben più cruenta degli attentati dinamitardi dei
terroristi altoatesini. Nel periodo "caldo" del terrorismo, il decennio fra il
1956 e il 66, vi furono oltre trecento attentati a centrali elettriche, tralicci dell'alta
tensione, stazioni ferroviarie. Dal 1964 vengono prese dì mira le forze di polizia, nove
tra carabinieri, guardie di frontiera e finanzieri sono uccisi fra il '64 e il '66. Con
l'attentato di Cima Valona (23 giugno '67) la situazione sembra davvero precipitare, i
negoziati in corso fra i due paesi ormai da due anni tornano in alto mare. E di
questo periodo il piano di provocazione messo in atto dai nostri servizi segreti militari,
tendente a creare con bombe piazzate da agenti italiani, da attribuire
allestremismo altoatesino un clima di tensione da sfruttare in seguito per
una repressione forsennata contro la componente tedesca. Fu quella attuata dal SIFAR, una
sorta di prova generale di quella che su scala più ampia divenne
allinizio degli anni Settanta la strategia della tensione che tanti lutti ha portato
al nostro Paese. Questo piano di provoca- zioni sarà smascherato soltanto molti anni
dopo, quando allinizio degli anni Novanta verrà alla luce
lesistenza di Gladio e di altre strutture militari e paramilitari segrete. Sarà
soltanto nel 1971 che la situazione si sbloccherà con l'approvazione da parte dei
parlamenti italiano ed austriaco (dicembre) del cosiddetto "pacchetto",
contenente provvedimenti che ampliano ulteriormente i poteri legislativi e amministrativi
di Bolzano e Trento. |
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IL TERRORISMO IN ALTO ADIGE
I POOH CONTRO IL TERRORISMO IN ALTO ADIGE
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ADIGE
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L'OMBRA
DEL DUBBIO
nella relazione del sen. Boato (1992)
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